Mese: settembre 2011

eroi di un altro tempo

E’ morto Walter Bonatti.

Mi ero imbattuto in lui quando ero piccolo, leggendo i suoi fotoreportage d’avventura per la rivista Epoca. Era il tempo in cui sognavo Moby Dick e il Corsaro Nero e Zanna Bianca. 

Solo molto dopo ho scoperto il Walter Bonatti alpinista, esploratore in verticale prima che in orizzontale.

Trascrivo quasi integralmente un articolo di Erri De Luca che lo ricorda.

“Per ultime restavano le montagne. Gli esploratori di terre e i navigatori di oceani avevano concluso la perlustrazione del pianeta. Continenti, arcipelaghi, isole sperdute, ovunque l’orma del piede umano era arrivata. Melville, che scrisse Moby Dick, in una poesia considerò finito “Earth’s romance”, il romanzo della Terra, con la scoperta dell’America del Nord. Restavano quelle, le montagne. L’alpinismo è al principio l’ultimo capitolo della geografia. Al piede umano mancava l’impronta sulle nevi sommitali. Era urgente completare la mappa. La salita al Monte Bianco precede la Rivoluzione Francese. Ma presto l’alpinismo si affranca dal compito e diventa una corsa a innalzare e superare l’asticella dell’ostacolo precedente. Non basta più la cima, occorre raggiungerla dal versante più difficile. Nell’albo d’oro di queste magnifiche e inutili imprese è iscritto per sempre il nome di Walter Bonatti. Negli anni Cinquanta era, con Hermann Buhl, il più riconosciuto scalatore al mondo. Non esistevano campionati, il titolo veniva assegnato per meritata fama. […] Nel ’54 una massiccia spedizione italiana è al K2, la seconda cima del pianeta e la più difficile tecnicamente. La comanda con modi militareschi il geografo Ardito Desio, uomo dell’Ottocento. Ha deciso che in cima saliranno Compagnoni e Lacedelli, esponenti delle due scuole alpinistiche maggiori: quella del Monte Bianco e quella delle Dolomiti. Ma il più forte della spedizione in quel tempo, a 24 anni, è Walter Bonatti. Compagnoni e Lacedelli hano raggiunto quota ottomila metri, ne mancano ancora seicento, un’enormità in quella zona e su quella superficie. Bonatti ha l’ordine di portare loro le bombole di ossigeno che serviranno allo sforzo finale dei due. Esegue il compito insieme ad un portatore. Arriva verso il tramonto nel posto previsto dove deve stare la tenda dei due compagni: passeranno la notte sotto quel riparo. Ma i due si sono spostati e Bonatti non li trova. Grida e da lontano si sente rispondere di lasciare lì le bombole e tornare indietro. E’sera, è impossibile scendere al buio da quella parete, è una condanna a morte. Non vogliono Bonatti nella tenda, sanno che pure senza bombole il giorno dopo sarà capace di arrivare in cima prima di loro. E’ un ordine che viene preso per radio dal campo base. Walter Bonatti e il portatore devono affrontare una notte all’aperto a ottomila metri senza nessuna attrezzatura. Su quel vuoto abissale si scavano due sedili nella neve dura e coi piedi nel nulla si agitano come ossessi tutta la notte per non morire assiderati. La tenacia e la volontà di Bonatti salvano lui e il portatore, che torna al campo base congelato e impazzito. Subirà amputazioni atroci. Questa vicenda sta alla base della salita italiana al K2. Ci vorranno cinquant’anni prima che a Bonatti venga riconosciuta ufficialmente la sua versione dal Club Alpino Italiano.

Dopo il K2 quell’uomo amareggiato supera imprese sia in solitaria che in cordata con altri compagni. Ribadisce al mondo la sua qualità eccelsa di acrobata sulle pareti più difficili. Il mondo ha bisogno di persone che esplorano in ogni campo il limite e lo forzano per spostarlo. Il mondo ha bisogno di esempi e di esemplari umani da ammirare. […] Lui è stato uno di questi. Ha amato la geografia, l’ha percorsa lealmente con le sole sue forze, in orizzontale e in verticale.

Ha amato le montagne, tutte, e una donna sola”.

“run to the mountain
the mountain wont hide you
run to the sea
the sea will not have you
and run to your grave
your grave will not hold you
all on that day”

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cambio turno (parte quarta)

(segue da parte terza)

EPILOGO

…Er giorno dopo m’è venuto a cercà er fratello de quer testadecazzo, pè chiarì. Lui me conosceva. Sì è scusato, ‘mi fratello nun sapeva chi eri’ m’ha detto. A me m’è venuta tanta tristezza, fratè. Io ce stò a provà, ma come cazzo faccio? E se quello invece de tirà fori ‘na lama me sparava? Poi tu lo sai che pure a me quella robba nun me manca mai, nun ho mai sparato a nessuno perché me piace usà queste (alza i due guantoni da pugile) ma ce n’ho una sempre pronta sotto ar sedile. E mica ‘na cazzata, è ‘na nove portata a settesessantacinque e cor silenzio (nove millimetri beretta modificata a calibro 7.65 con silenziatore, ndt), perché sinnò senti er botto pure cor silenziatore. Tu lo sai che botto fa ‘na nove, no?”

E te pare che nun lo so che botto fà ‘na nove, Babbonatà?

Mò tutti in giro hanno ricominciato a dimme che finarmente me sò rifatto vivo, e cose tipo ‘ma che, ce volevi fa crede che nun eri più tu’. A me sentì ‘ste cose me fa male che nun ce n’hai idea, fratè. A cinquantanni nun je la faccio più, so stanco de ‘sta ‘mmerda. Nun lo sopporto più che quando un padre coi regazzini me ‘ncontreno pè strada, lui abbassa l’occhi e le creature se spaventeno come se fossi L’omonero”.

Babbonatale, zì. L’omonero nun esiste mica.

“Vabbè fratè, te s’è fatto tardi, vattene a divertì tu che sai come se fa”.

Ci vediamo al prossimo cambio turno, zio P.

diciannovesettembreduemilaundici

cambio turno (parte terza)

(segue da parte seconda)

tre

E’ vero, si dice ‘omo de panza, omo de sostanza’. Sarebbe bello se i pischelli del Coro a questo punto mormorassero “Siamo fatti anche noi della stessa sostanza di cui son fatti i sogni”, ma questi si e no hanno finito le medie e si sente solo “’Sto vecchiaccio demmerda è uno coi cojoni, ma nun ha propio capito che je stà pè succede”.

Allora, Babbonatale c’ha diciannove condanne in sospeso per lesioni aggravate, nessuno sa per quale miracolo sta a piede libero ed è riuscito a rimediare un lavoro decente. Solo a sentirne il nome quasi tutti i Malandrini di Roma ancora abbassano lo sguardo, si fanno parecchio nervosi e mordono il freno.

Ancora il Coro greco: Ahò, ma te ricordi quanti n’ha sdraiati zio P., si? O je sparavano o annavano lunghi”.

A cinquantanni, nessuno gli ha mai sparato. I casi della (mala)vita. Buchi di coltello, ce n’ha parecchi qui e lì. Non sa più quante volte s’è fratturato le ossa delle mani a forza di cazzotti. Oggi sta cercando di farla finita, con le storie losche. Ci sta provando, quando ci parli glielo leggi davvero in quegli occhi stanchi. Ma sangue cattivo, come quello buono, non mente mai.

Malandrino incazzato con mazza da baseball. E che problema c’è.

La Furia si scatena all’improvviso. Un calcio d’incontro improvviso al ginocchio di Joe di Maggio, e P. si ritrova la mazza tra le mani mentre l’altro frana a terra. La posa sulla macchina vicina, poi si ferma. Respira, annusa l’aria. La Furia ha sete di sangue, ma ormai la catena che c’ha al collo non si spezza più.

Cavemo cinquantanni, tu anche de più. Pè l’urtima vorta, stattene ‘bbono e dimme che cazzo c’hai con me prima che te faccio male”.

La risposta del Malandrino mentre si rialza, tirare fuori dalla tasca una lama di quindici centimetri. A P. la mazza praticamente gli salta in mano da sola. Uno due tre polso avambraccio ancora ginocchio crac, crac. Un suono che tutti i presenti hanno sentito tante volte. Qualche volta le ossa erano quelle delle mani tue, stavolta no.

Li mortacci tua…!”  E’ tutto quello che gli tiri fuori, a questo Malandrino qua. Si schianta per terra, non si rialza. L’altro, il compare, accende la macchina e scappa. E’ uno della nuova generazione, non ci sono più i Malandrini di una volta.

La Furia sparisce all’istante, è tornato Babbonatale roscio con gli occhi stanchi. Che adesso sono anche tristi. P. è uno di quelli all’antica, ordina a uno dei pischelli del Coro di prendere la macchina e di portare il fratturato davanti al Pronto Soccorso, o dove cazzo vuole lui.

Chiedetejelo prima che sviene, a ‘sto pezzodemmerda”.

Gli Angeli rimettono le ali nella fondina. Sono le tre passate, la sala chiude.

(continua)

cambio turno (parte seconda)

(segue da parte prima)

due

Una macchina si ferma dall’altro lato della strada, spengono il motore. Uno resta al volante, l’altro scende, entra in sala. Cinquantanni buoni anche lui, aria da malandrino di quartiere. Non di quel quartiere, P. non lo conosce. Il Malandrino chiede subito di F., quello della vecchia gestione. Vuole soldi per dei computer mai pagati, appoggia sul bancone le fatture. P. gli dice senza girarci intorno che F. lì non c’entra più niente. Ha venduto tutto, i nuovi proprietari hanno tenuto solo lui a fare i turni di notte, ai mezzi con quell’altro che stasera non c’è.

Me dispiace, ma nun te posso aiutà. F. te lo devi annà a cercà da n’antra parte”.

Mentre gli dice così, P. capisce subito che si metterà male, ne ha viste troppe di facce come quella. Il Malandrino infatti la prende malissimo, vuole risolvere subito tutto senza doversi sbattere chissà dove. La sala è la luce, no? La sala porta soldi. E alza subito la voce.

Nun hai capito un cazzo. Io ‘sti sordi li rivojo adesso. Si nun me li dai me ripiio i compiute….Tu te chiami P., giusto? Me dovete da ridà sti sordi, e subbito”.

A Babbo Natale non gli puoi parlare in questo modo, e dai. Non a questo Babbonatale qua. Non se vuoi andartene sulle tue gambe.

Me dovete, chi? E tu che cazzo ne sapresti de chi sò io? Mò me fai capì. Ce l’hai co’ F.? Te la voi prende co’ la sala? Mbè, mica ce l’avrai co’ me. Pè quarsiasi storia, qua ddrento nun vojio probblemi, aspetti ‘e tre e si voi ne parlamo fori”.

Il Malandrino non sembra sorpreso, però è incazzato nero. Borbotta qualcosa di cui si capisce solo..te faccio vede”, esce dalla sala e va verso la macchina. Forse ci sperava proprio, di risolvere tutto solo con un ringhio. Ma il Babbonatale di stasera non fa ‘Hoo, Hoo!’ e non porta il costume rosso, rossi sono i guantoni da pugile che si ritrova al posto delle mani. Rossi come il sangue che ha cominciato a gonfiargli le vene del collo. Sangue cattivo, che come quello buono non mente mai. Appena il Malandrino esce dalla sala, P. non perde tempo e prende il telefono. Lo sa che di tempo con gente così non ce n’hai tanto. Fa squillare un paio di volte e riattacca. Due minuti, il secondo giro di lancette non è ancora finito e appaiono dal nulla due amichetti fidati e “blindati”, come dice lui.

Gli Angeli custodi. Che succede, zì?”

Altri telefoni vibrano, arrivano anche tre o quattro dei più giovani, i pischelli che ‘tanto nun c’è mai un cazzo da fa, ne ‘sto quartiere’. Il Coro greco.

Con i due Angeli ai lati della porta e il Coro greco appoggiato alle macchine lì intorno, P. si presenta fuori senza aspettare le tre, a vedere che fa il Malandrino.

Le consegne per tutti sono Nessuno se deve azzardà a fa un cazzo, me la vedo io. Solo si me sdraia e nun me movo più allora sfonnateli tutti e due”.

Quello se ne sta nella Mercedes parcheggiata in doppia fila là di fronte, a parlottare col suo compare. P. si avvicina, “Allora, me fai capì che problema c’hai con me?”

Il Malandrino s’è ormai reso conto che non gli sta andando per niente bene, riconosce la situazione anche se adesso è tardi. Meglio tardi che mai, no? No. Qualche volta, tardi vuol dire che forse non torni a casa. Lui si comporta di conseguenza, da vero uomo ‘de panza’: non se ne va alla svelta, no. Lascia il compare in macchina, scende con una mazza da baseball e va addosso a P.

Addosso a Babbonatale roscio di centodieci chili e guantoni rossi con contorno di Angeli blindati e Coro greco. Ahi.

(continua)

coordinate spazio-tempo

Mi dico che a un certo punto si deve smettere di aspettare altro.

Altre occasioni, altri lavori, vecchi amici che forse tornano, nuovi amori che forse arrivano. C’è quello che c’è, oggi. 

Alla fine è meglio di tanta vita che è già andata, quella che un sorriso neanche a pagarlo.

Vai così, spingi sui pedali.

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cambio turno (parte prima)

uno

Roma, Centocelle. Non lontano da Porta Maggiore. Il Pigneto coi suoi localini colorati sta a poche fermate di trenino, il trenino giallo che si fa tutta la Casilina
fino alla borgata Pantano. Centocelle e Pantano, i nomi come profezie.

Quasi le due e mezza di notte. La sala giochi risplende nel buio del quartiere, come una luce di salvezza in fondo a un tunnel di periferia squallida. Uno appresso all’altro, l’internet point il fioraio il kebabbaro la frutteria il minimarket la boutique delle unghie il cinemadiprimavisione e un paio di baretti. A quest’ora, le serrande sono tutte abbassate. La sala giochi no, restano aperti fino alle tre.

Dentro, non ci trovi clienti. Non ci viene quasi mai nessuno, nonostante sia bella tirata a lucido. Perché se guardi con occhio un minimo attento ti accorgi subito che c’è molto di strano. Fuori non c’è l’insegna, il bar non ha ancora nemmeno la macchina del caffè e se vuoi da bere ti danno un bicchiere d’acqua del rubinetto. Le scommesse sui cavalli ancora non te le fanno fare, le partite del campionato in diretta si vedranno ma ancora no. Della serie vorrei ma non so se sono capace.

Almeno le macchinette, quelle sono calde. Sl-hot machine. Quante ne vuoi, di quelle. Senza clienti, un posto così fa una tristezza che lèvati. La luce di salvezza di prima sbiadisce in un attimo, assorbita dal buio intorno.

Dentro, stasera, di turno ci trovi P.

Una specie di Babbonatale panzone roscio di unmetroeottantacinque per centodiecichili abbondanti. Grosso una cifra, le mani sembrano quelle mie dentro a dei guantoni da pugile, solo che lui non ha i guantoni. Ma la faccia non è cattiva. Ha l’aria stanca. Stasera il suo socio, quello più giovane con l’aria da professore, sta chissà dove a cercare di riprendersi la vita. Oggi a me, domani a lui.

P. non vede l’ora di andarsene a casa, per stasera ne ha abbastanza delle partite di poker on line e delle gare di Valentino Rossi su Youtube. Ha pure finito il fumo, e fino a che non arriva a casa niente trombino della buonanotte. E’ uno del quartiere, cinquantanni tra poco. Gli amichetti che qualche volta passano a fargli compagnia non si sono visti, e ormai è tardi.

(continua)