eroi di un altro tempo

E’ morto Walter Bonatti.

Mi ero imbattuto in lui quando ero piccolo, leggendo i suoi fotoreportage d’avventura per la rivista Epoca. Era il tempo in cui sognavo Moby Dick e il Corsaro Nero e Zanna Bianca. 

Solo molto dopo ho scoperto il Walter Bonatti alpinista, esploratore in verticale prima che in orizzontale.

Trascrivo quasi integralmente un articolo di Erri De Luca che lo ricorda.

“Per ultime restavano le montagne. Gli esploratori di terre e i navigatori di oceani avevano concluso la perlustrazione del pianeta. Continenti, arcipelaghi, isole sperdute, ovunque l’orma del piede umano era arrivata. Melville, che scrisse Moby Dick, in una poesia considerò finito “Earth’s romance”, il romanzo della Terra, con la scoperta dell’America del Nord. Restavano quelle, le montagne. L’alpinismo è al principio l’ultimo capitolo della geografia. Al piede umano mancava l’impronta sulle nevi sommitali. Era urgente completare la mappa. La salita al Monte Bianco precede la Rivoluzione Francese. Ma presto l’alpinismo si affranca dal compito e diventa una corsa a innalzare e superare l’asticella dell’ostacolo precedente. Non basta più la cima, occorre raggiungerla dal versante più difficile. Nell’albo d’oro di queste magnifiche e inutili imprese è iscritto per sempre il nome di Walter Bonatti. Negli anni Cinquanta era, con Hermann Buhl, il più riconosciuto scalatore al mondo. Non esistevano campionati, il titolo veniva assegnato per meritata fama. […] Nel ’54 una massiccia spedizione italiana è al K2, la seconda cima del pianeta e la più difficile tecnicamente. La comanda con modi militareschi il geografo Ardito Desio, uomo dell’Ottocento. Ha deciso che in cima saliranno Compagnoni e Lacedelli, esponenti delle due scuole alpinistiche maggiori: quella del Monte Bianco e quella delle Dolomiti. Ma il più forte della spedizione in quel tempo, a 24 anni, è Walter Bonatti. Compagnoni e Lacedelli hano raggiunto quota ottomila metri, ne mancano ancora seicento, un’enormità in quella zona e su quella superficie. Bonatti ha l’ordine di portare loro le bombole di ossigeno che serviranno allo sforzo finale dei due. Esegue il compito insieme ad un portatore. Arriva verso il tramonto nel posto previsto dove deve stare la tenda dei due compagni: passeranno la notte sotto quel riparo. Ma i due si sono spostati e Bonatti non li trova. Grida e da lontano si sente rispondere di lasciare lì le bombole e tornare indietro. E’sera, è impossibile scendere al buio da quella parete, è una condanna a morte. Non vogliono Bonatti nella tenda, sanno che pure senza bombole il giorno dopo sarà capace di arrivare in cima prima di loro. E’ un ordine che viene preso per radio dal campo base. Walter Bonatti e il portatore devono affrontare una notte all’aperto a ottomila metri senza nessuna attrezzatura. Su quel vuoto abissale si scavano due sedili nella neve dura e coi piedi nel nulla si agitano come ossessi tutta la notte per non morire assiderati. La tenacia e la volontà di Bonatti salvano lui e il portatore, che torna al campo base congelato e impazzito. Subirà amputazioni atroci. Questa vicenda sta alla base della salita italiana al K2. Ci vorranno cinquant’anni prima che a Bonatti venga riconosciuta ufficialmente la sua versione dal Club Alpino Italiano.

Dopo il K2 quell’uomo amareggiato supera imprese sia in solitaria che in cordata con altri compagni. Ribadisce al mondo la sua qualità eccelsa di acrobata sulle pareti più difficili. Il mondo ha bisogno di persone che esplorano in ogni campo il limite e lo forzano per spostarlo. Il mondo ha bisogno di esempi e di esemplari umani da ammirare. […] Lui è stato uno di questi. Ha amato la geografia, l’ha percorsa lealmente con le sole sue forze, in orizzontale e in verticale.

Ha amato le montagne, tutte, e una donna sola”.

“run to the mountain
the mountain wont hide you
run to the sea
the sea will not have you
and run to your grave
your grave will not hold you
all on that day”

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