Mese: giugno 2012

Effetti collaterali

Ascolto musica da quando ero piccolissimo.

Mia mamma era diplomata al conservatorio, suonava il piano in casa ed era felice di vedermi appassionato. A tutta la musica, senza distinzione. Non ho mai imparato a suonare alcuno strumento, cosa di cui mi rammarico moltissimo. Mi sarei visto bene, su un palco con una Gibson SG a far delirare folle di hard rockers capelloni negli anni settanta.

Qualche volta mi capita anche di sognarlo, una roba ricorrente. Sono a casa, prendo in mano una chitarra, per un attimo penso – ma che faccio, tanto non so suonare – e poi tiro fuori dei riff pazzeschi, lenti, una roba stoner bluesy che neanche Josh Homme  se la sogna. Ed è come se li sentissi davvero uscire dall’amplificatore, giuro. Una sensazione bellissima. Ok, lo so. Prendo appunti per il famoso analista da cui non andrò mai.

Ma non fa niente, c’è sempre l’air guitar, quella non me la leva nessuno. Ci sono i concerti, ma tanti ormai che non li conto più. E la musica nell’aria, certo. Che accompagna ogni momento della mia vita, dovunque mi trovo. Ascoltare la musica che mi piace è qualcosa che mi fa provare una gioia intensa, che va oltre il puro intrattenimento di chi accende la radio o mette su un disco per distrarsi quando fa le pulizie o mentre sta in fila chiuso in macchina, o per non sentire le urla dei vicini.

E non riesco a stare fermo, mai. Non è questione di rocchenroll e ritmi scatenati, io comincio a scuotere la testa e ad agitare le mani anche quando ascolto il Requiem di Mozart in una chiesa. O quando metto Tim Buckley  prima di dormire, per invocare i sogni più struggenti possibili e tenere lontano qualsiasi spettro da due soldi nascosto lì nell’ombra.

La mia personalissima arte marziale, il Tai Chi di RoadtoL. Sono cintura nera.

Ci si deve esercitare, attenti. Non è cosa da tutti, se perdi il controllo sei finito. In un attimo ti puoi ritrovare davanti una cassiera del supermercato che chiama la Sicurezza, o un parroco che tenta di farti un esorcismo. Per non parlare delle vecchiette al parco che fuggono urlando se incrociano uno in mutande da jogging che scuote il bacino con aria ammiccante sibilando “Stay on the scene/like a sex machine”.

Vai col video.

Grandissimo psych-hard rock ripigliato da un master-sampler coi fiocchi.

Annunci

B-folchi certi, e più a Sud

B-folk di origine celtica, per niente di serie B. Qui si fa musica sul serio, io non riesco a stare fermo. Certa roba di punk mi fa saltare molto meno, e non c’è neanche la batteria.

Irlanda nelle vene, lu Salentu nel cuore. E ti pareva? Ma oggi solo musica, tanto per cambiare. Tanto la lei-che-non-c’è non si offende mica, anzi.

Qui ho pogato che neanche ai Ramones.

La Confederazione #2

Una delle audio cassette più consumate della mia storia, da 90 minuti, l’avevo sottotitolata “Southern Series vol.1”. Era il 1984. C’erano registrati due dischi di gruppi differenti, avuti in prestito ovviamente da quello che – tre decenni dopo – è ancora il mio alterego musicale, noto sul web con lo pseudonimo Atomic Imagery.

Non c’è mai stato un volume 2, molto presto ho cominciato ad organizzare la mia musica in modo più rigoroso archiviando dischi singoli in ordine alfabetico, come è giusto che sia. Incredibile come tanta gente ancora oggi mi reputi un maniaco ossessivo a causa di questa abitudine. Comunque, sto divagando.

Uno dei due dischi in questione è “Anytime, anyplace, anywhere” della Rossington & Collins Band. I Lynyrd Skynyrd non li avevo neanche sentiti nominare, ancora. La Fenice sulla copertina del disco risorgeva dalle ceneri di un disastro umano e musicale la cui portata mi era ancora sconosciuta.

I figli legittimi del più grande gruppo di capelloni sudisti cominciavano a farmi sognare l’America, mentre io ragazzotto diciassettene in calzoni corti calpestavo sentieri valdostani col walkman a dieci di volume e guardando il mio amico gli mimavo lo stupore dell’ascolto – Andrè, ma lo senti quanto è bella?!

Sullo sfondo, il Cervino graffiva il cielo col suo dente acuminato, e Dale Krantz mi avvisava già allora di quanto sarebbe stato difficile essere un uomo. Si paga tutto.

“Before it’s over/it’s gonna hurt you three times as bad”. Quanto è vero.

E poi anche Getaway, One good man, Misery loves company. Che disco.

Solo un tizio, d’estate

Il caldo si fa sentire, qui al Vicolo. Stamattina sveglia presto per un paio d’ore di allenamento alla vecchia cava di Ciampino, per rimettere un pò le mani sulla roccia dopo essere stato troppo tempo in letargo. Pochi traversi facili in scioltezza, il sole infuoca subito la parete e alle undici sono di ritorno.

Ho una fame da lupo, mi concedo un tris di cornetti con almeno mezzo litro di caffelatte, la colazione dei campioni. Mi sento bene.

C’e tempo oggi prima del lavoro, e mi godo la mattinata casalinga. Giugno sta andando di di lusso, sono stato due volte al Gran Sasso a camminare con un tempo meraviglioso, gli occhi hanno fatto scorta di Meraviglia per settimane a venire.

Finalmente ricomincio a sentirmi vivo, piano piano, a non avere sempre quell’aria da penitente in attesa della fustigazione. Mi costa tantissimo riuscire ad essere sereno per più di qualche ora, ma va meglio. Gli esorcismi richiedono tempo.

A volte mi sembra di sentire il respiro di chi-so-io accanto a me nel letto, l’ora che precede il risveglio è terreno di conquista per la Vedova Bianca. Lei non c’è, ovviamente, due metri per due di solitudine. Fitta di dolore allo stomaco. Metto a fuoco la sagoma di Pandora ai piedi del letto, mi guarda con aria di riprovazione come a dire ‘ancora pensi a quella, povero scemo?’  Zitta lì, specie di pecora mannara, o stamattina niente colazione. Si, penso ancora a quella, continuo ad avercela dentro senza riuscire a mandarla via.

Ma…dannazione, oggi comincia l’estate. Eccheccazzo!! La playlist ad ALTO TASSO ADRENALINICO parte in un attimo, finestre spalancate e volume smodato per celebrare degnamente. Non sai che ti perdi, piccola mia. Avrei fatto qualsiasi cosa per te, anche smetterla per sempre col rocchenroll.

Ma che sto dicendo? Sister Havana per sempre.

   Il tizio, d’estate

La Confederazione #1

Ho dormito tre ore. A Roma in questo momento ci sono almeno trenta gradi, umidità fuori scala. Asfalto infuocato, aria tremolante. Centocelle sembra una di quelle ghost town rese immortali da Sergio Leone, mancano solo i cavalli e i cespugli di rovi rotolanti. Cowboys metropolitani con pistola se ne trovano già più facilmente, solo che qui hanno capelli rasati, tatuaggi a non finire e un paio di dosi di coca in saccoccia – co’sto caldo un par de botte ce vonno, sinnò chi je la fa…a fratè, te n’acchitto una puro a te? Se mi drogassi, questo sarebbe il Paese dei Balocchi.

Nella specie di saloon di periferia in cui lavoro per guadagnarmi da vivere non c’è un’anima, e RoadtoL. prende il sopravvento come sempre. Dopo una sera e buona parte della notte trascorse a rievocare il fantasma dell’amore perduto, con questo caldo infernale la musica che ho voglia di ascoltare quasi parte da sola. Sono ancora scosso per le meditazioni di ieri notte, mi sento parecchio cazzone e alle tre e mezzo del pomeriggio mi verso due dita di Jack Daniels con ghiaccio. Tanto per entrare più in fretta nell’atmosfera del momento.

Dannazione, uno dei pezzi Southern più grandiosi di sempre. Certo, il suono è molto cambiato dai tempi di Freebird. E allora riparto da capo. Per tutta l’estate su RoadtoL. si va a caccia delle canzoni che negli ultimi trentanni hanno fatto la mia storia musicale, quel ramo cresciuto all’ombra della stars & bars flag. Furibonde cavalcate elettriche e ballate struggenti, boogie e hard psychedelico, blues e country dagli Stati del Sud e non solo. Non proprio un albero genealogico. L’ordine sarà quello cronologico delle mie scoperte, dei miei ascolti nel tempo. Amori destinati a durare, questi.

Si comincia, ladies & gents. Bob Seger, 1980. Avevo il 45 giri, di questa. Lo ascoltavo con un mangiadischi arancione, prima del mio primo impianto stereo che sarebbe arrivato in regalo per l’esame di terza media. Sigh.

Quella della foto

Non si era accorta dello scatto. O forse si, non mi ricordo. E’ girata di spalle, il suo viso rimane nascosto. Una donna vestita di nero, luci sul fiume in una notte d’autunno. Quella sera ero felice.

Stasera non sono niente. Non sento neanche più dolore. Celebrazione dell’assenza.  Nessuno riesce a riempire il vuoto, non lo permetto. Me lo sono meritato, c’ero ogni giorno e non ho cambiato niente. Di me, di lei. Non c’è mai stato un Noi, ma perchè?

E’ tutto così lontano, irreale. “Del resto, sto parlando di un sogno. Per quanto possa allungare le braccia, per quanto veloce possa correre, non lo raggiungerò mai”.

Piango per te.

Voglio dire, ti compiango. Così incapace di trovare una strada, una risposta. Non avevi niente da dire.  Solo una figura in ombra, girata di spalle. Senza volto, senza parole. Eppure io quel volto me lo ricordo, quegli occhi. Ci penso ancora, e rabbrividisco. Ci penso ancora.  Il pensiero che la tocchi un altro mi rende folle. Anche se non riuscirei più neanche a sfiorarla con un dito, oggi.

La vita continua? Dicono. “Prima o poi incontrerò da qualche parte una donna, ci sentiremo spinti l’uno verso l’altra come due pianeti nello spazio. Poi aspetteremo inutilmente un miracolo, passeremo del tempo insieme, ci consumeremo dentro, e ci separeremo. Fino a quando continuerà cosi?”

NOIR DESIR “Ce gens la

Fiori malati – USX

Una delle mie canzoni feticcio degli ultimi anni, una band che fa musica da levare il fiato.  Il mio fiato, di sicuro.

Southern-psych-doom? Si fottano le etichette.

Un muro di suono impressionante, fischi e ronzii inquietanti dallo spazio, una scheggia di assolo di pochi secondi che ogni volta mi strappa il cuore dal petto.

E quando credo di essere riuscito a rimettere insieme i pezzi, due dischi dopo fanno uscire questa versione.

“Sento l’odore del sangue/sul fiore del diavolo”

Chiamatemi smielato. Uno che non ne viene fuori. Va bene così.