Categoria: amarcord

Amabili resti?

Ero di passaggio, mi sono concesso una visitina al cimitero dei ricordi carbonizzati giusto per non dimenticare, non si sa mai.

«E tu cos’eri per lei?»
«Io le ho voluto bene sul serio.»
«Bene sul serio? Semplicemente te ne eri ammalato, ne avevi bisogno, hai fatto di tutto per averla, in modo bestiale ma l’hai fatto. Ma la consideravi una disgrazia, è vero o no che la consideravi una disgrazia?»
«Era, una disgrazia.»
«E questo lo chiami amore?»
(Dino Buzzati, Un amore)

E non lo so, come lo chiamo.

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La Confederazione #2

Una delle audio cassette più consumate della mia storia, da 90 minuti, l’avevo sottotitolata “Southern Series vol.1”. Era il 1984. C’erano registrati due dischi di gruppi differenti, avuti in prestito ovviamente da quello che – tre decenni dopo – è ancora il mio alterego musicale, noto sul web con lo pseudonimo Atomic Imagery.

Non c’è mai stato un volume 2, molto presto ho cominciato ad organizzare la mia musica in modo più rigoroso archiviando dischi singoli in ordine alfabetico, come è giusto che sia. Incredibile come tanta gente ancora oggi mi reputi un maniaco ossessivo a causa di questa abitudine. Comunque, sto divagando.

Uno dei due dischi in questione è “Anytime, anyplace, anywhere” della Rossington & Collins Band. I Lynyrd Skynyrd non li avevo neanche sentiti nominare, ancora. La Fenice sulla copertina del disco risorgeva dalle ceneri di un disastro umano e musicale la cui portata mi era ancora sconosciuta.

I figli legittimi del più grande gruppo di capelloni sudisti cominciavano a farmi sognare l’America, mentre io ragazzotto diciassettene in calzoni corti calpestavo sentieri valdostani col walkman a dieci di volume e guardando il mio amico gli mimavo lo stupore dell’ascolto – Andrè, ma lo senti quanto è bella?!

Sullo sfondo, il Cervino graffiva il cielo col suo dente acuminato, e Dale Krantz mi avvisava già allora di quanto sarebbe stato difficile essere un uomo. Si paga tutto.

“Before it’s over/it’s gonna hurt you three times as bad”. Quanto è vero.

E poi anche Getaway, One good man, Misery loves company. Che disco.

La Confederazione #1

Ho dormito tre ore. A Roma in questo momento ci sono almeno trenta gradi, umidità fuori scala. Asfalto infuocato, aria tremolante. Centocelle sembra una di quelle ghost town rese immortali da Sergio Leone, mancano solo i cavalli e i cespugli di rovi rotolanti. Cowboys metropolitani con pistola se ne trovano già più facilmente, solo che qui hanno capelli rasati, tatuaggi a non finire e un paio di dosi di coca in saccoccia – co’sto caldo un par de botte ce vonno, sinnò chi je la fa…a fratè, te n’acchitto una puro a te? Se mi drogassi, questo sarebbe il Paese dei Balocchi.

Nella specie di saloon di periferia in cui lavoro per guadagnarmi da vivere non c’è un’anima, e RoadtoL. prende il sopravvento come sempre. Dopo una sera e buona parte della notte trascorse a rievocare il fantasma dell’amore perduto, con questo caldo infernale la musica che ho voglia di ascoltare quasi parte da sola. Sono ancora scosso per le meditazioni di ieri notte, mi sento parecchio cazzone e alle tre e mezzo del pomeriggio mi verso due dita di Jack Daniels con ghiaccio. Tanto per entrare più in fretta nell’atmosfera del momento.

Dannazione, uno dei pezzi Southern più grandiosi di sempre. Certo, il suono è molto cambiato dai tempi di Freebird. E allora riparto da capo. Per tutta l’estate su RoadtoL. si va a caccia delle canzoni che negli ultimi trentanni hanno fatto la mia storia musicale, quel ramo cresciuto all’ombra della stars & bars flag. Furibonde cavalcate elettriche e ballate struggenti, boogie e hard psychedelico, blues e country dagli Stati del Sud e non solo. Non proprio un albero genealogico. L’ordine sarà quello cronologico delle mie scoperte, dei miei ascolti nel tempo. Amori destinati a durare, questi.

Si comincia, ladies & gents. Bob Seger, 1980. Avevo il 45 giri, di questa. Lo ascoltavo con un mangiadischi arancione, prima del mio primo impianto stereo che sarebbe arrivato in regalo per l’esame di terza media. Sigh.

Lunedi mattina

Procedura di attivazione per uscire dal Rifugio di L. e affrontare la settimana che ti viene contro a velocità smodata.

RoadtoL, avanti!!

PS Se suonassi in una band, questa canzoncina l’avrei di certo rifatta in versione punk’n’roll.

Continuo a fischiettarla da quando avevo undici anni. Qualche volta funziona, contro i mostri di Vega.

Anniversario Live: Mudhoney 1992

Fanno ventanni oggi, la mia prima volta con i Mudhoney.

Grande venue, il Palladium di Roma. Per un breve periodo negli anni novanta è stato il posto con l’atmosfera più cool, e un’ottima acustica. Ovviamente hanno smesso prestissimo di farci concerti, chettelodicoaffare. Non ho mai capito perchè una città come Roma non abbia un consistente numero di luoghi di media dimensione per i concerti rock. Capitale del terzomondo.

I nostri eroi nel 1992 erano a mio gusto il gruppo più irresistibile della scena di Seattle, io idolatro gli Stooges e il rocchenroll deragliante. I Soundgarden erano troppo metal, i Pearl Jam troppo smielati, con i Nirvana dopo “Bleach” ho avuto e mantengo un rapporto di amore & odio mai risolto. “Superfuzz Bigmuff” e “Mudhoney” sono le vere pietre miliari del Grunge nudo e crudo, con un pizzico di melanconia qua e là like it was meant to be.

Quella sera loro erano in gran forma. Io pure, ero appena stato bocciato ad un esame e dovevo sfogarmi. Un pò di sano slamdancing sottopalco è quello che ci vuole in quei casi, e il fuzz di Mark Arm & Soci è stato di grande aiuto. Durante il bis, alla fine di “Hate the Police”, Mark si è tuffato sul pubblico atterrandomi quasi in testa, e per poco non sono riuscito a sfilargli una scarpa. Sarebbe stato un pezzo fantastico da aggiungere alla mia collezione di rock memorabilia. March of the Puzz, hee hee hee.

Sono molto riconoscente e rendo omaggio a Marcxramone, autore dei video presi da Youtube e per quanto vedo assiduo frequentatore anche lui da decenni dei migliori avvenimenti alternative della Capitale. Amen.

Still so sick of what I need…

Anniversario Live: Nirvana 1991

Domani saranno ventanni tondi da questo live.

Quella sera del novantuno stavo lì in mezzo, universitario a schivare universitari pogoers della domenica, scuotendo la testa nel mio adorato headbanging sbilenco. Che bello. Quel suono abrasivo, a me piacevano tanto all’inizio perchè ritrovavo echi di Black Sabbath in canzoncine pop di tre minuti scarsi, pensa un pò.

Ci ho ancora il biglietto, uno dei santini più pregiati della mia roccollezione. Mi sa che gli faccio una foto e lo metto su RoadtoL.

Anzi no, se lo volete vedere passate al Vicolo (residenza ufficiale di L) che ci facciamo un paio di birre e mettiamo su qualche buon disco.

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eroi di un altro tempo

E’ morto Walter Bonatti.

Mi ero imbattuto in lui quando ero piccolo, leggendo i suoi fotoreportage d’avventura per la rivista Epoca. Era il tempo in cui sognavo Moby Dick e il Corsaro Nero e Zanna Bianca. 

Solo molto dopo ho scoperto il Walter Bonatti alpinista, esploratore in verticale prima che in orizzontale.

Trascrivo quasi integralmente un articolo di Erri De Luca che lo ricorda.

“Per ultime restavano le montagne. Gli esploratori di terre e i navigatori di oceani avevano concluso la perlustrazione del pianeta. Continenti, arcipelaghi, isole sperdute, ovunque l’orma del piede umano era arrivata. Melville, che scrisse Moby Dick, in una poesia considerò finito “Earth’s romance”, il romanzo della Terra, con la scoperta dell’America del Nord. Restavano quelle, le montagne. L’alpinismo è al principio l’ultimo capitolo della geografia. Al piede umano mancava l’impronta sulle nevi sommitali. Era urgente completare la mappa. La salita al Monte Bianco precede la Rivoluzione Francese. Ma presto l’alpinismo si affranca dal compito e diventa una corsa a innalzare e superare l’asticella dell’ostacolo precedente. Non basta più la cima, occorre raggiungerla dal versante più difficile. Nell’albo d’oro di queste magnifiche e inutili imprese è iscritto per sempre il nome di Walter Bonatti. Negli anni Cinquanta era, con Hermann Buhl, il più riconosciuto scalatore al mondo. Non esistevano campionati, il titolo veniva assegnato per meritata fama. […] Nel ’54 una massiccia spedizione italiana è al K2, la seconda cima del pianeta e la più difficile tecnicamente. La comanda con modi militareschi il geografo Ardito Desio, uomo dell’Ottocento. Ha deciso che in cima saliranno Compagnoni e Lacedelli, esponenti delle due scuole alpinistiche maggiori: quella del Monte Bianco e quella delle Dolomiti. Ma il più forte della spedizione in quel tempo, a 24 anni, è Walter Bonatti. Compagnoni e Lacedelli hano raggiunto quota ottomila metri, ne mancano ancora seicento, un’enormità in quella zona e su quella superficie. Bonatti ha l’ordine di portare loro le bombole di ossigeno che serviranno allo sforzo finale dei due. Esegue il compito insieme ad un portatore. Arriva verso il tramonto nel posto previsto dove deve stare la tenda dei due compagni: passeranno la notte sotto quel riparo. Ma i due si sono spostati e Bonatti non li trova. Grida e da lontano si sente rispondere di lasciare lì le bombole e tornare indietro. E’sera, è impossibile scendere al buio da quella parete, è una condanna a morte. Non vogliono Bonatti nella tenda, sanno che pure senza bombole il giorno dopo sarà capace di arrivare in cima prima di loro. E’ un ordine che viene preso per radio dal campo base. Walter Bonatti e il portatore devono affrontare una notte all’aperto a ottomila metri senza nessuna attrezzatura. Su quel vuoto abissale si scavano due sedili nella neve dura e coi piedi nel nulla si agitano come ossessi tutta la notte per non morire assiderati. La tenacia e la volontà di Bonatti salvano lui e il portatore, che torna al campo base congelato e impazzito. Subirà amputazioni atroci. Questa vicenda sta alla base della salita italiana al K2. Ci vorranno cinquant’anni prima che a Bonatti venga riconosciuta ufficialmente la sua versione dal Club Alpino Italiano.

Dopo il K2 quell’uomo amareggiato supera imprese sia in solitaria che in cordata con altri compagni. Ribadisce al mondo la sua qualità eccelsa di acrobata sulle pareti più difficili. Il mondo ha bisogno di persone che esplorano in ogni campo il limite e lo forzano per spostarlo. Il mondo ha bisogno di esempi e di esemplari umani da ammirare. […] Lui è stato uno di questi. Ha amato la geografia, l’ha percorsa lealmente con le sole sue forze, in orizzontale e in verticale.

Ha amato le montagne, tutte, e una donna sola”.

“run to the mountain
the mountain wont hide you
run to the sea
the sea will not have you
and run to your grave
your grave will not hold you
all on that day”