Categoria: La Confederazione

La Confederazione #5

Finto rock sudista dei giorni nostri, una ballatona acustica suonata da un anglo-svizzero di origine italiana (!) che mi si è infilata in testa a tradimento, e non se ne vuole andare.

E chi vuole mandarla via.

Colpa della mia passione per Sons of Anarchy, che ha una colonna sonora dellamadonna da cinque stagioni.

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La Confederazione #4

E che dovrei scrivere su Janis Joplin? Non ci penso nemmeno, no fucking way.

Nel ’69 i Lynyrd Skynyrd andavano ancora alle elementari, credo. Non si parlava di Southern Rock, ancora. E lei era inarrivabile. Lo è ancora oggi, lo sarà sempre.

A ventisette anni ne dimostrava cinquanta, cazzo. Si vedeva da lontano che non sarebbe durata. E Kozmic Blues è un titolo fantastico.

La Confederazione #3

Quando ho ascoltato questa canzone la prima volta sono andato fuori di testa. Anche per questa era il 1984.

Un monumento che sfida i decenni. La Muraglia Cinese del rock sudista, per me.

Ce ne sono altre che negli anni mi hanno emozionato altrettanto se non di più,  ma Fall of the Peacemakers è forse il concentrato più perfetto di tutto quello che un pezzo southern dovrebbe essere.

Un paio d’anni fa ho trovato per caso il cd originale, l’ho comprato e l’ho regalato al mio mentore musicale, quello che allora mi prestò i vinili registrati sulla mitica cassetta Southern Series. Quando glie l’ho dato mi sono venuti gli occhi lucidi, chissà se se n’è accorto.

“A wise man told me/There’s something you should know

The way you judge a man/Is you look into his soul

And you’ll soon see everything

One song left to sing

One song to sing”

La Confederazione #2

Una delle audio cassette più consumate della mia storia, da 90 minuti, l’avevo sottotitolata “Southern Series vol.1”. Era il 1984. C’erano registrati due dischi di gruppi differenti, avuti in prestito ovviamente da quello che – tre decenni dopo – è ancora il mio alterego musicale, noto sul web con lo pseudonimo Atomic Imagery.

Non c’è mai stato un volume 2, molto presto ho cominciato ad organizzare la mia musica in modo più rigoroso archiviando dischi singoli in ordine alfabetico, come è giusto che sia. Incredibile come tanta gente ancora oggi mi reputi un maniaco ossessivo a causa di questa abitudine. Comunque, sto divagando.

Uno dei due dischi in questione è “Anytime, anyplace, anywhere” della Rossington & Collins Band. I Lynyrd Skynyrd non li avevo neanche sentiti nominare, ancora. La Fenice sulla copertina del disco risorgeva dalle ceneri di un disastro umano e musicale la cui portata mi era ancora sconosciuta.

I figli legittimi del più grande gruppo di capelloni sudisti cominciavano a farmi sognare l’America, mentre io ragazzotto diciassettene in calzoni corti calpestavo sentieri valdostani col walkman a dieci di volume e guardando il mio amico gli mimavo lo stupore dell’ascolto – Andrè, ma lo senti quanto è bella?!

Sullo sfondo, il Cervino graffiva il cielo col suo dente acuminato, e Dale Krantz mi avvisava già allora di quanto sarebbe stato difficile essere un uomo. Si paga tutto.

“Before it’s over/it’s gonna hurt you three times as bad”. Quanto è vero.

E poi anche Getaway, One good man, Misery loves company. Che disco.

La Confederazione #1

Ho dormito tre ore. A Roma in questo momento ci sono almeno trenta gradi, umidità fuori scala. Asfalto infuocato, aria tremolante. Centocelle sembra una di quelle ghost town rese immortali da Sergio Leone, mancano solo i cavalli e i cespugli di rovi rotolanti. Cowboys metropolitani con pistola se ne trovano già più facilmente, solo che qui hanno capelli rasati, tatuaggi a non finire e un paio di dosi di coca in saccoccia – co’sto caldo un par de botte ce vonno, sinnò chi je la fa…a fratè, te n’acchitto una puro a te? Se mi drogassi, questo sarebbe il Paese dei Balocchi.

Nella specie di saloon di periferia in cui lavoro per guadagnarmi da vivere non c’è un’anima, e RoadtoL. prende il sopravvento come sempre. Dopo una sera e buona parte della notte trascorse a rievocare il fantasma dell’amore perduto, con questo caldo infernale la musica che ho voglia di ascoltare quasi parte da sola. Sono ancora scosso per le meditazioni di ieri notte, mi sento parecchio cazzone e alle tre e mezzo del pomeriggio mi verso due dita di Jack Daniels con ghiaccio. Tanto per entrare più in fretta nell’atmosfera del momento.

Dannazione, uno dei pezzi Southern più grandiosi di sempre. Certo, il suono è molto cambiato dai tempi di Freebird. E allora riparto da capo. Per tutta l’estate su RoadtoL. si va a caccia delle canzoni che negli ultimi trentanni hanno fatto la mia storia musicale, quel ramo cresciuto all’ombra della stars & bars flag. Furibonde cavalcate elettriche e ballate struggenti, boogie e hard psychedelico, blues e country dagli Stati del Sud e non solo. Non proprio un albero genealogico. L’ordine sarà quello cronologico delle mie scoperte, dei miei ascolti nel tempo. Amori destinati a durare, questi.

Si comincia, ladies & gents. Bob Seger, 1980. Avevo il 45 giri, di questa. Lo ascoltavo con un mangiadischi arancione, prima del mio primo impianto stereo che sarebbe arrivato in regalo per l’esame di terza media. Sigh.