Categoria: surviving Betty Boh

Amabili resti?

Ero di passaggio, mi sono concesso una visitina al cimitero dei ricordi carbonizzati giusto per non dimenticare, non si sa mai.

«E tu cos’eri per lei?»
«Io le ho voluto bene sul serio.»
«Bene sul serio? Semplicemente te ne eri ammalato, ne avevi bisogno, hai fatto di tutto per averla, in modo bestiale ma l’hai fatto. Ma la consideravi una disgrazia, è vero o no che la consideravi una disgrazia?»
«Era, una disgrazia.»
«E questo lo chiami amore?»
(Dino Buzzati, Un amore)

E non lo so, come lo chiamo.

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Erezioni

NON ho deciso di darmi al porno. Le erezioni in questione non sono le mie, di quelle ho pudore a parlare perchè sono un ragazzo a modino.

Ero uno dei circa quarantanta presenti al concerto di mercoledi sera degli australiani Hard-Ons (“Le erezioni”, appunto), all’ Init Club. Quaranta nostalgici per celebrare venticinque anni di cazzeggio dei nostri eroi all’insegna del pop-metalcore più divertente di sempre.

Loro da veri professionisti non si sono scomposti punto a causa del locale tristemente deserto, e ci hanno dispensato sorrisi, autografi e facce buffe prima e dopo lo show, oltre ai canonici sessanta minuti di caos sonoro.

Dice il buon Blackie qui sotto: “Sono qui per fare rock. Mica per lavorare. E checcazzo, mi tocca già lavorare quando sono a casa”. Per intenditori.

Chicca imperdibile, gli AcDc suonati dai nostri Cazzoni preferiti

Le mie due preferite di sempre, di quando ero ‘ggiovane

Due titoli mai così attuali come oggi, per RoadtoL: “Sei fasulla” e “Chi pensi di prendere per il culo“. Me, ovviamente. Ahahahah

Com’è che scriveva?  “…sei l’unico che mi ha fatto sentire donna, i tuoi abbracci mi hanno fatto sentire al sicuro, le tue carezze mi hanno fatto fremere di desiderio.”

Potere di un’erezione o due. Al giorno, dopo i pasti o alla mattina presto. Ops, avevo detto che delle mie non parlavo. Chiedo perdono.

Città nella città

A caccia dell’illusione di vivere in una città deserta.  Metropolitana metafisica.

Il mio personalissimo “Io sono leggenda” di ciclista urbano, nella sera di un venerdi romano.

Di sopra, il ponentino di ottobre sfiora gentile migliaia di carcasse di lamiera a motore piene di idioti vestiti a festa, in fila verso il centro.

Io qui sotto, unico partecipante di una flash mob per pagliacci senza sorriso. Mentre aspetto la metro continuo chiedermi come farò mai a incontrare la donna dei miei sogni se continuo a fare questa vita.

Donna dei ….che? Ahahahahah

Riemerso alla superficie, il vento sul viso mentre pedalo mi schiarisce appena le idee. L’immagine che ho nel cervello continua in qualche modo perverso ad avvelenarmi l’anima, anche se ormai non riesco più a distinguere i lineamenti del suo viso.

Poi il dio del rocchenroll mi viene in aiuto, e tutto torna nell’oblio. Pasta e ceci della Zia Flavia, sto arrivando.

the YES-MEN “Anglo girl desire

Surviving (black) Betty

Whoa, Black Betty (bam-A-lam)

Black Betty had a child (bam-A-lam)

The damn thing gone wild (bam-A-lam)

She said “It weren’t none of mine” (bam-A-lam)

The damn thing gone blind (bam-A-lam)

I said oh Black Betty (bam-A-lam) 

Conoscevo la canzone del vecchio Leadbelly da un bel pò, e il collegamento con Betty-Che-So-Io era stato immediato.
Ma non avevo mai fatto caso al testo, e qui si va nel soprannaturale:
Black Betty aveva un bambino/Lei disse ‘non è cosa che mi riguardi’ (liberamente tradotto, ma siamo lì)
La storia si ripete, si potrebbe dire.
Che tristezza.
La versione dei due sbarbati qua sopra è un bel pugno nello stomaco,  whoa.
 

Volevo essere come Blade Runner

Ho rivisto Blade Runner. Harrison Ford è il mio idolo di sempre.

Capirai, è stato prima Ian Solo in Star Wars, poi Indiana Jones in Raiders of the Lost Ark e infine Deckard il cacciatore di replicanti. Tutti e tre con la stessa faccia da schiaffi dello zio Harry. Decisamente troppo, per l’adolescente brufoloso che ero allora. Impossibile resistere.

Blade Runner è uno dei film di fantascienza più clamorosi che siano mai stati fatti, punto. Potrebbe bastare ma c’e dell’altro, pane per i denti di RoadtoL.

C’è anche il colpo di fulmine, quello che non ti lascia speranza di uscirne neanche se ti ammazzi.

Lei è una replicante, un modello Nexus di una generazione sperimentale che non si spegne dopo pochi anni e vive a lungo, come è più di un umano. Di una bellezza disumana, appunto. E ti pare che lui se la sceglieva taroccata?

Ho sempre voluto essere come Deckard, e certo. Trench spiegazzato e aria da cucciolone sotto la pioggia. Il giustiziere dal cuore tenero.

Anche la mia Rachel era bellissima e con l’aria misteriosa.

A quanto pare però la mia Rachel era programmata per leggere Cosmopolitan, bere quantità smodate di Heineken e poco altro. In queste cose era bravissima.

Negli intervalli tra un’attività e l’altra ci sapeva parecchio fare col sesso, c’è da dire. Indistinguibile da un’umana innamorata. Ma ero innamorato perso, quindi potrei essere poco obiettivo.

Ah, si. Aveva una spiccata propensione all’abbandono di figli piccoli. Ma non si può infierire, dopotutto che ti aspetti da un androide?

Eh già, chi puoi sperare di trovare se la vai a cercare in posti come la Cimitero delle Ambizioni Srl e la Vite Sprecate Inc. ? Del resto, è lì che lavoro anch’io. Il simile va col simile, si dice.

La mia Rachel doveva avere qualche circuito fuori posto, maledetti quelli della Tyrell Corporation. Un fondo di magazzino, sicuramente.

E’ che volevo tanto avere una vita di quelle col lieto fine senza essermela meritata, e ho cercato la scorciatoia. “La prossima donna che incontro dovrà essere per forza quella giusta”, mi sono detto.

“Ma chi, quel Nexus avariato? Si vede subito che ti darà solo guai, lasciala perdere!”. Matta come un cavallo, infatti. Ma ormai era tardi.

Cosa resta? Solo musica, tanto per cambiare. Blade Runner Blues.

Io col trench spiegazzato sto da dio, per la cronaca.

Bag of bones

Caro Lo ieri sera mi chiedevi l’Anna pensiero… Ho il terrore di perderti. Di andare via da Roma e lasciare qui quel tuo muso antipatico ma anche dolce che amo tanto. C’è qualcosa che non riesco a spiegarmi sul nostro rapporto. Ti amo eppure a volte vorrei scappare a gambe levate da te. Quando non ci capiamo, soprattutto. Poi capita di stringerci stretti stretti e penso che vorrei sentire quella sensazione di benessere per sempre! In tutto questo casino per la mancanza di lavoro, decisioni importanti che si profilano non più solo all’ orizzonte ma diventano quasi materia che posso toccare solo allungando una mano, ci sei tu. Ti sembrerà strano ma il pensiero di lasciarti qui, nel vicolo di Porta Furba, mi turba. Perché nonostante tutto nella mia maniera un po’ stramba ti considero il mio uomo. Scorbutico, che alza la voce, a volte spiacevole ma che è dentro di me”.

Terrore di perderti, Ti amo, vorrrei sentire quella sensazione per sempre, ci sei tu, ti considero il mio uomo, sei dentro di me.

A vederlo scritto nero su bianco ci avevo creduto. Mi sono detto che era finalmente arrivato il momento in cui mi avresti dimostrato che ci tenevi, a me. Ottanta anni in due, stavamo per “diventare grandi”.

Sei sparita dieci giorni dopo avere scritto questa roba, non ho più saputo niente di te. Dopo tutto questo tempo, io sto ancora qui a chiedermi come sia possibile dire certe cose a qualcuno se poi non c’è niente di vero, come hai dimostrato.

Mi vergogno di me stesso, per averti implorato fino all’ultimo di restare con me. E mi vergogno ancora di più perchè non riesco a dimenticarti.

Ti odio, con tutta la forza di cui sono capace. E anche questo significa darti importanza.

Volevo dirtelo un’ultima volta. Buon divertimento.

Notizie dal fronte

Ho la gola secca da morire, peggio che se avessi ingoiato due badilate di polvere. E’ora di un cicchetto pomeridiano. Chivas Regal aged 12, per cambiare. Mi serve per farmi coraggio. La situazione peggiora sempre di più, cazzo.

E intanto mi pugnalo al petto con questa. Non aiuta, ma diochebella. A proposito di polvere, di morte e d’amore.

Per la prima volta gli scheletri che appendo qui fuori in cortile non hanno a che fare con quella disgraziata senza cervello che mi ha spezzato il cuore. Per quello c’è sempre tempo, chissà quanto mi ci vorrà per riparare i danni, se mai ci riuscirò.

Sopravvivenza di base. Lavoro, guadagnarsi da vivere per pagare affitto bollette & affini. Dall’inizio del 2008 ho abbandonato la vita tutto sommato rassicurante dell’impiegato a tempo indeterminato, chimicoqualitativo in una grande azienda farmaceutica, per effetto di una serie di scelte – ad oggi rivelatesi fallimentari – legate alla sfera sentimentale e in parte a questioni di insoddisfazione latente, l’ansia esistenziale di uno che a quarantanni suonati si chiede “ma che ci sto a fare qui in questo mondo del cazzo?”.

Succede. Poteva essere l’inizio di una nuova vita, no?

Il risultato è che da quattro anni sono diventato uno degli innumerevoli lavoratori precari che annaspano per restare a galla, in un mondo del lavoro che di certo non favorisce il reinserimento – nel mio caso il riciclarsi completamente – di un ultraquarantenne che ricomincia tutto da capo. Il contesto specifico non è poi tanto importante, se mai qualcuno volesse farsi un’idea del pantano in cui mi trovo oggi può buttare un occhio al racconto che appare sotto al logo del blog, vagamente autobiografico. Così magari faccio autopromozione delle mie doti letterarie. Pulp di borgata, hee.

Comunque, dicevo che la situazione peggiora sempre di più, cazzo. Con la sospirata (?) Riforma del Lavoro appena diventata operativa le prospettive sono pessime, all’improvviso i famigerati contratti co.co.pro. e simili sono fuorilegge e le aziende devono assumere. Si, ma quanti ne assumeranno di quelli che lavorano oggi? Ancora non si sa molto, ma ad occhio e croce nel mio campo di gioco (altro riferimento velato) non più del 50-60% , se va bene. Gli altri, tagliati.

Per non parlare dei criteri di scelta che troppo spesso vengono adottati dai datori di lavoro nella nostra amata Italietta, quasi sempre nel mio ambiente di oggi: hai le tette sempre bene in vista e le gambine appena aperte, stile Sharonstonebasicaistintiva? You’re in. Giochi a calcetto col capo ogni giovedi sera, e magari lo fai anche vincere? You’re in. Sei uno bravo, che non arriva in ritardo, che maneggia soldi e clienti come pochi, onesto e leale coi colleghi? You’re history, dude. Next!

E io che ho passato gli utimi quattro mesi a risparmiare centesimi per riuscire ad andarmene in montagna a rifiatare dopo tre anni, sto per partire con l’angoscia fuoriscala. Zaino in spalla e Pandora a fianco, sulle Alpi a urlare la mia disperazione. Perdio, si. Per una vita che non si sa dove andrà a finire, dal primo settembre. E se mi segano che faccio?

Intanto mi verso un altro aged 12 con ghiaccio, che s’è fatta l’ora dell’aperitivo. Scherziamoci su, per sdrammatizzare. Metto su un paio di pezzi stoner belli tirati, di quelli che danno la carica.

Io non ho più idee. Non ne ho quasi mai avute, a quanto pare. Visto come sta andando. E non mi sto piangendo addosso, sia chiaro. Non oggi, che nessuno si azzardi. Al terzo Chivas comincio ad essere un pò brillo, questo si. E i Sungrazer in cuffia pestano come dannati, belli loro. “Ogni pensiero vola”. Si, ma dove?

Leggo e sento in giro di gente che si licenzia per fare il giro del mondo in bicicletta. Ma non dicono mai cosa fanno, dopo. Altri che “cambiano vita” investendo i cinquecentomila euro ricavati dalla vendita della seconda casa di famiglia. Bravibravi, proprio un salto nel buio.

A proposito di famiglia, grazie papà. Il mio vecchio si, che ha capito come godersi la vita. Spero si arrostisca lì sulla sua spiaggia dimmerda, a Cuba o dove cazzo si è andato a nascondere per sfuggire ai demoni che tanto prima o poi lo raggiungeranno, chetticredi. E brucerai per la fottuta eternità, stronzo. Anche questa prima o poi la racconto, dai.

Ok, sono ubriaco.

Speriamo di non fare casino coi soldi se devo pagare un cliente, solo altre due ore e stacco. Del lavoro si riparla a settembre, a cose fatte. Io continuo a cercare, prima o poi le cose devono andare meglio. Vero?

Nel frattempo continuo ad urlare, in silenzio. Con questa.

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26 luglio 2012. Sant’Anna. E allora ditelo, no? Ma vaffanculo, dai.