Racconto di (mala)vita quotidiana

CAMBIO TURNO

Roma, Centocelle. Non lontano da Porta Maggiore. Il Pigneto coi suoi localini colorati sta a poche fermate di trenino, il trenino giallo che si fa tutta la Casilina
fino alla borgata Pantano. Centocelle e Pantano, i nomi come profezie.

Quasi le due e mezza di notte. La sala giochi risplende nel buio del quartiere, come una luce di salvezza in fondo a un tunnel di periferia squallida. Uno appresso all’altro, l’internet point il fioraio il kebabbaro la frutteria il minimarket la boutique delle unghie il cinemadiprimavisione e un paio di baretti. A quest’ora, le serrande sono tutte abbassate. La sala giochi no, restano aperti fino alle tre.

Dentro, non ci trovi clienti. Non ci viene quasi mai nessuno, nonostante sia bella tirata a lucido. Perché se guardi con occhio un minimo attento ti accorgi subito che c’è molto di strano. Fuori non c’è l’insegna, il bar non ha ancora nemmeno la macchina del caffè e se vuoi da bere ti danno un bicchiere d’acqua del rubinetto. Le scommesse sui cavalli ancora non te le fanno fare, le partite del campionato in diretta si vedranno ma ancora no. Della serie vorrei ma non so se sono capace.

Almeno le macchinette, quelle sono calde. Sl-hot machine. Quante ne vuoi, di quelle. Senza clienti, un posto così fa una tristezza che lèvati. La luce di salvezza di prima sbiadisce in un attimo, assorbita dal buio intorno.

Dentro, stasera, di turno ci trovi P. Una specie di Babbonatale panzone roscio di un metro e ottantacinque per centodieci chili abbondanti. Grosso una cifra, le mani sembrano quelle mie dentro a dei guantoni da pugile, solo che lui non ha i guantoni. Ma la faccia non è cattiva. Ha l’aria stanca. Stasera il suo socio, quello più giovane con l’aria da professore, sta chissà dove a cercare di riprendersi la vita. Oggi a me, domani a lui.

P. non vede l’ora di andarsene a casa, per stasera ne ha abbastanza delle partite di poker on line e delle gare di Valentino Rossi su Youtube. Ha pure finito il fumo, e fino a che non arriva a casa niente trombino della buonanotte. E’ uno del quartiere, cinquantanni tra poco. Gli amichetti che qualche volta passano a fargli compagnia non si sono visti, e ormai è tardi.

Una macchina si ferma dall’altro lato della strada, spengono il motore. Uno resta al volante, l’altro scende, entra in sala. Cinquantanni buoni anche lui, aria da malandrino di quartiere. Non di quel quartiere, P. non lo conosce. Il Malandrino chiede subito di F., quello della vecchia gestione. Vuole soldi per dei computer mai pagati, appoggia sul bancone le fatture. P. gli dice senza girarci intorno che F. lì non c’entra più niente. Ha venduto tutto, i nuovi proprietari hanno tenuto solo lui a fare i turni di notte, ai mezzi con quell’altro che stasera non c’è.

Me dispiace, ma nun te posso aiutà. F. te lo devi annà a cercà da n’antra parte”.

Mentre gli dice così, P. capisce subito che si metterà male, ne ha viste troppe di facce come quella. Il Malandrino infatti la prende malissimo, vuole risolvere subito tutto senza doversi sbattere chissà dove. La sala è la luce, no? La sala porta soldi. E alza subito la voce.

Nun hai capito un cazzo. Io ‘sti sordi li rivojo adesso. Si nun me li dai me ripiio i compiute….Tu te chiami P., giusto? Me dovete da ridà sti sordi, e subbito”.

A Babbo Natale non gli puoi parlare in questo modo, e dai. Non a questo Babbonatale qua. Non se vuoi andartene sulle tue gambe.

Me dovete, chi? E tu che cazzo ne sapresti de chi sò io? Mò me fai capì. Ce l’hai co’ F.? Te la voi prende co’ la sala? Mbè, mica ce l’avrai co’ me. Pè quarsiasi storia, qua ddrento nun vojio probblemi, aspetti ‘e tre e si voi ne parlamo fori”.

Il Malandrino non sembra sorpreso, però è incazzato nero. Borbotta qualcosa di cui si capisce solo..te faccio vede”, esce dalla sala e va verso la macchina. Forse ci sperava proprio, di risolvere tutto solo con un ringhio. Ma il Babbonatale di stasera non fa ‘Hoo, Hoo!’ e non porta il costume rosso, rossi sono i guantoni da pugile che si ritrova al posto delle mani. Rossi come il sangue che ha cominciato a gonfiargli le vene del collo. Sangue cattivo, che come quello buono non mente mai. Appena il Malandrino esce dalla sala, P. non perde tempo e prende il telefono. Lo sa che di tempo con gente così non ce n’hai tanto. Fa squillare un paio di volte e riattacca. Due minuti, il secondo giro di lancette non è ancora finito e appaiono dal nulla due amichetti fidati e “blindati”, come dice lui.

Gli Angeli custodi. “Che succede, zì?”

Altri telefoni vibrano, arrivano anche tre o quattro dei più giovani, i pischelli che ‘tanto nun c’è mai un cazzo da fa, ne ‘sto quartiere’. Il Coro greco.

Con i due Angeli ai lati della porta e il Coro greco appoggiato alle macchine lì intorno, P. si presenta fuori senza aspettare le tre, a vedere che fa il Malandrino.

Le consegne per tutti sono Nessuno se deve azzardà a fa un cazzo, me la vedo io. Solo si me sdraia e nun me movo più allora sfonnateli tutti e due”.

Quello se ne sta nella Mercedes parcheggiata in doppia fila là di fronte, a parlottare col suo compare. P. si avvicina, “Allora, me fai capì che problema c’hai con me?”

Il Malandrino s’è ormai reso conto che non gli sta andando per niente bene, riconosce la situazione anche se adesso è tardi. Meglio tardi che mai, no? No. Qualche volta, tardi vuol dire che forse non torni a casa. Lui si comporta di conseguenza, da vero uomo ‘de panza’: non se ne va alla svelta, no. Lascia il compare in macchina, scende con una mazza da baseball e va addosso a P. Addosso a Babbonatale roscio di centodieci chili e guantoni rossi con contorno di Angeli blindati e Coro greco. Ahi.

E’ vero, si dice ‘omo de panza, omo de sostanza’. Sarebbe bello se i pischelli del Coro a questo punto mormorassero “Siamo fatti anche noi della stessa sostanza di cui son fatti i sogni”, ma questi si e no hanno finito le medie e si sente solo “’Sto vecchiaccio demmerda è uno coi cojoni, ma nun ha propio capito che je stà pè succede”.

Allora, Babbonatale c’ha diciannove condanne in sospeso per lesioni aggravate, nessuno sa per quale miracolo sta a piede libero ed è riuscito a rimediare un lavoro decente. Solo a sentirne il nome quasi tutti i Malandrini di Roma ancora abbassano lo sguardo, si fanno parecchio nervosi e mordono il freno.

Ancora il Coro greco: Ahò, ma te ricordi quanti n’ha sdraiati zio P., si? O je sparavano o annavano lunghi”.

A cinquantanni, nessuno gli ha mai sparato. I casi della (mala)vita. Buchi di coltello, ce n’ha parecchi qui e lì. Non sa più quante volte s’è fratturato le ossa delle mani a forza di cazzotti. Oggi sta cercando di farla finita, con le storie losche. Ci sta provando, quando ci parli glielo leggi davvero in quegli occhi stanchi. Ma sangue cattivo, come quello buono, non mente mai.

Malandrino incazzato con mazza da baseball. E che problema c’è.

La Furia si scatena all’improvviso. Un calcio d’incontro improvviso al ginocchio di Joe di Maggio, e P. si ritrova la mazza tra le mani mentre l’altro frana a terra. La posa sulla macchina vicina, poi si ferma. Respira, annusa l’aria. La Furia ha sete di sangue, ma ormai la catena che c’ha al collo non si spezza più.

“Cavemo cinquantanni, tu anche de più. Pè l’urtima vorta, stattene ‘bbono e dimme che cazzo c’hai con me prima che te faccio male”.

La risposta del Malandrino mentre si rialza, tirare fuori dalla tasca una lama di quindici centimetri. A P. la mazza praticamente gli salta in mano da sola. Uno due tre polso avambraccio ancora ginocchio crac, crac. Un suono che tutti i presenti hanno sentito tante volte. Qualche volta le ossa erano quelle delle mani tue, stavolta no.

Li mortacci tua…!”  E’ tutto quello che gli tiri fuori, a questo Malandrino qua. Si schianta per terra, non si rialza. L’altro, il compare, accende la macchina e scappa. E’ uno della nuova generazione, non ci sono più i Malandrini di una volta.

La Furia sparisce all’istante, è tornato Babbonatale roscio con gli occhi stanchi. Che adesso sono anche tristi. P. è uno di quelli all’antica, ordina a uno dei pischelli del Coro di prendere la macchina e di portare il fratturato davanti al Pronto Soccorso, o dove cazzo vuole lui.

Chiedetejelo prima che sviene, a ‘sto pezzodemmerda”.

Gli Angeli rimettono le ali nella fondina. Sono le tre passate, la sala chiude.

EPILOGO

…Er giorno dopo m’è venuto a cercà er fratello de quer testadecazzo, pè chiarì. Lui me conosceva. Sì è scusato, ‘mi fratello nun sapeva chi eri’ m’ha detto. A me m’è venuta tanta tristezza, fratè. Io ce stò a provà, ma come cazzo faccio? E se quello invece de tirà fori ‘na lama me sparava? Poi tu lo sai che pure a me quella robba nun me manca mai, nun ho mai sparato a nessuno perché me piace usà queste (alza i due guantoni da pugile) ma ce n’ho una sempre pronta sotto ar sedile. E mica ‘na cazzata, è ‘na nove portata a settesessantacinque e cor silenzio (nove millimetri beretta modificata a calibro 7.65 con silenziatore, ndt), perché sinnò senti er botto pure cor silenziatore. Tu ce lo sai che botto fa ‘na nove, no?”

E te pare che nun ce lo so che botto fà ‘na nove, Babbonatà?

Mò tutti in giro hanno ricominciato a dimme che finarmente me sò rifatto vivo, e cose tipo ‘ma che, ce volevi fa crede che nun eri più tu’. A me sentì ‘ste cose me fa male che nun ce n’hai idea, fratè. A cinquantanni nun je la faccio più, so stanco de ‘sta ‘mmerda. Nun lo sopporto più che quando un padre coi regazzini me ‘ncontreno pè strada, lui abbassa l’occhi e le creature se spaventeno come se fossi l’omonero”.

Babbonatale, zì. L’omonero nun esiste mica.

“Vabbè fratè, te s’è fatto tardi, vatte a divertì tu che sai come se fa”.

Ci vediamo al prossimo cambio turno, zio P.

                                                                                                              19 settembre 2011

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